
Frequenta a Trieste l'Istituto tecnico a partire dal 1909 per assecondare la precoce predisposizione al disegno che lo conduce, negli anni della prima guerra mondiale, a lavorare come cesellatore presso la bottega orafa di Giuseppe Janesich. Nel 1919 si reca a Firenze frequenta l'Accademia di Belle Arti. Segue le lezioni del corso speciale di figura tenuto dal Calosci e approfondisce la sua conoscenza dell'arte rinascimentale italiana. Nel 1924 entra in contatto con Felice Carena, giunto a Firenze per assumere la cattedra di pittura all'Accademia cittadina. Nel 1922 partecipa alla Biennale veneziana, presenziando anche alle edizioni successive. Nel 1926 vi espone il dipinto Elisabetta e Maria (Gorizia, Musei Provinciali) che risente l'influsso della pittura di Carena negli impasti ricchi di materia cromatica, mentre nel 1928 dipinge la tela La Venere della scaletta (Trieste, Civico Museo Revoltella). Dopo il rientro a Trieste la sua pittura manifesta l'adesione alle poetiche novecentiste mediate dai contatti con Carena e tradotte in impianti spaziali ed architettonici sobri e in una resa volumetrica di estrema pulizia formale. Continua ad approfondire le sue ricerche sull'arte del Quattro e Cinquecento come dimostrano opere quali La città deserta (1929), in cui si palesano fondamentali riferimenti a Piero della Francesca e alle teoriche quattrocentesche sulla città ideale. Risale a questa stessa epoca l'amicizia con Leonor Fini e Arturo Nathan che originerà un interessante sodalizio artistico fra i tre, protagonisti di una mostra collettiva organizzata a Milano nel 1929, dove Sbisà decide di trasferirsi. Nascono in questo periodo capolavori come Il palombaro (Trieste, Regione Autonoma Friuli-Venezia Giulia), il ritratto dell'amico architetto Umberto Nordio eseguito nel 1931 in cui il raffinato colorismo dell'autore si carica di note plumbee. I lavori ad affresco nel corso degli anni Trenta affiancheranno la sempre cospicua produzione da cavalletto. Nel 1933 viene incaricato di sostituire i malandati affreschi di Scomparini per la chiesa dell'ospedale psichiatrico di Trieste. Si inaugura, con queste prove, un periodo di intensa attività dell'artista chiamato ad intervenire in ambito decorativo monumentale spesso in collaborazione con l'amico architetto Nordio. Decora il palazzo delle Assicurazioni Generali (con allegorie della Legge e dell'Industria e della Navigazione e del Commercio, 1939) e la Galleria Protti (Il Risparmio e l'Assicurazione con il Lavoro e lo Svago, 1937). Nel secondo dopoguerra l'artista privilegia la scultura rispetto alla pittura dedicandosi alla lavorazione di materiali come la ceramica, la terracotta il bronzo per approdare ad un linguaggio espressivo di matrice astratta. Continua l'attività di decoratore per interni navali e per alcune chiese triestine o della provincia (chiesa dei Ss. Ermacora e Fortunato, la Cappella della Stazione Centrale, la chiesa della Beata Vergine del Soccorso a Trieste; il Santuario di Monrupino; la chiesa di S. Giovanni del Timavo per citare solo le più note).
Nota bibliografica
F. De Vecchi, Carlo Sbisà, catalogo della mostra a cura di R. Barilli e M. Masau Dan, Milano 1996 (con bibliografia precedente).