
Nel 1914 si iscrive alla Scuola d'Arti e Mestieri "Giovanni da Udine". Impiegato nel primo dopoguerra presso la tipografia Passero sperimenta l'espressività decorativa del linearismo Liberty, assumendola come motivo dominante della sua abilità non solo disegnativa ma anche pittorica. Dal 1925 al 1927, grazie alla borsa di studio Marangoni, soggiorna a Roma dove frequenta l'Istituto Statale d'Arte. Espone alla Prima Biennale d'Arte Friulana nel 1926 quattro opere aggiornate al classicismo novecentista. Alla fine degli anni Venti, epoca durante la quale condivide lo studio con lo scultore Max Piccini e partecipa a numerose esposizioni anche di rilievo nazionale (come la Mostra Italo - Magiara organizzata a Budapest nel 1929 dalla Biennale di Venezia), ad affascinarlo sono soprattutto le armonie formali casoratiane; a queste si ispira in modo esemplare nell'opera "Le due modelle" del 1928 per un interesse non intellettualistico bensì rivolto alle potenzialità espressive della linea. Stimolato da simili affinità di ricerca si spinge pure nel decennio successivo a rimeditare Sironi e Campigli e a rivisitare motivi del moderno vedutismo lagunare così come temi della tradizione veneta cinque - seicentesca. Il superamento della fase novecentista matura attraverso l'affioramento di più personali nuclei ispirativi: nel tema equestre, dove il ricordo giovanile dello stallo paterno di via Poscolle emerge attraverso il filtro espressionista di Corrente, lotte di cavalli imbizzarriti e cavalieri in arcione divengono spunto di trasfigurazione fantastica coloristica e formale, a partire dal dipinto "Cavalli sulla pista", esposto alla Sindacale regionale nel 1932, per giungere all'acquaforte a cavallo presentata alla Biennale veneziana del 1956. La tensione dinamica della composizione, che negli anni Quaranta caratterizza pure la serie delle "Lotte fra galli" ed è motivo dominante in soggetti religiosi quali la "Manna nel deserto" (Udine, Galleria d'Arte Moderna), è tecnicamente evidenziata da brevi insistite pennellate che, nonostante la densità materica e l'accesa tavolozza, sfaldano solo apparentemente i contorni delle immagini: è questo infatti l'esito pittorico di una parallela e costante pratica incisoria, che in questi anni si avvia a interessanti sperimentazioni di contaminazione con la pittura nei numerosi monotipi realizzati con la tecnica della cromoincisione a tiratura unica. All'inizio degli anni Sessanta traduce in forme e colori roteanti nello spazio la pittura cromosonica, termine con il quale teorizza una trasposizione pittorica dell'architettura del suono attraverso fluide dinamiche lineari. Si pone così, almeno negli intenti, in posizione alternativa nel dibattito fra figurativo e astratto, assumendo liberamente riferimenti stilistici diversi, dalle geometrie cubisteggianti alle suggestioni futuriste e spazialiste.
Nota bibliografica
G. Bergamini, L. Damiani, Giovanni Saccomani pittore, Udine 1993 (con bibliogr. precedente); K. Toso, Giovanni Saccomani pittore, in "Las Rives", Udine 1997, pp. 49 - 58.