
Dopo gli studi artistici compiuti a Venezia, a Firenze e all'Accademia
milanese di Brera, dove aveva stretto rapporti con Sassu, Birolli, Ghiringhelli,
Munari e Barabaroux, rientrato a Udine fonda con Filipponi e i Basaldella la
"Scuola friulana d'avanguardia", trovando soprattutto in Candido Grassi sintonia
d'interessi e di ideali. Insieme a Grassi espone nel 1927 a Cà Pesaro, dove
ritorna l'anno successivo ancora con Grassi e, inoltre, con Filipponi e Fred
Pittino e nell'ottobre del 1928 partecipa alla mostra udinese della Scuola
Friulana d'Avanguardia.
Le opere del primo periodo si caratterizzano ancora
per un colorismo effuso, d'impianto veneto e postimpressionista. Ma è a Parigi
che la sua visione si decanta e si precisa, attraverso la mediazione di Gino
Severini. Del maestro di Cortona Modotto assorbe il geometrismo cézanniano, il
fluire di ormai lontani dinamismi boccioniani passati per il divisionismo e per
le teorie neoimpressioniste di Signac, e anche il recupero di un medioevalismo
metafisico e surreale e la ricetta "magica" del cubismo sintetico. Si potrebbe
osservare inoltre che, sempre filtrate dalla lezione di Severini, Modotto
assimili anche le incantate atmosfere di de Chirico e di Savinio e l'uso dei
corpi umani - manichini di Tozzi. E' da presumere , tuttavia, che a Parigi
Modotto avesse stabilito più di qualche contatto, non soltanto occasionale, con
un altro "petit maître " italiano, di analogo, per certi aspetti , itinerario
creativo: Renato Paresce. Personaggi misteriosi, quelli di Modotto, senza volto,
ruvidamente squadrati secondo precise intelaiature ridotte a forme geometriche,
a proposito delle quali proprio Severini nel 1931, in occasione della personale
del pittore friulano alla Galleria parigina Bonaparte, parlò di cubismo. La
mostra venne visitata anche da Tozzi, de Pisis, Prampolini. Furono questi amici,
insieme a Leonce Rosenberg e a Paul Guillaume, a far entrare Modotto, l'anno
successivo, nell"Association artistique 40, dove espone una ventina di
lavori.
Attraverso l'eco e gli spezzoni di favole cortesi Modotto lascia
affiorare ancestrali inquietudini e l'intelaiatura letteraria appare come
frenata, bloccata in una franante instabilità. Sull'accavallarsi pencolante di
castelli, torri merlate, archi, mura, ammattonati, fiumi dalle correnti
fatalmente impetuose ed "eterne", si stagliano figure di un'umanità eroica, che
rivendica primordiali innocenze. Si direbbe che Modotto pieghi lo spiritualismo
severiniano, alimentato dalla filosofia di Jacques Maritain, a una rusticità
d'ascendenza friulana inconsciamente assimilata, che invera nella
contemporaneità l'immobilità, come assente d'interrelazioni e di dialogo, delle
statue allineate nei polittici dei maestri tolmezzini. I misteriosi rituali
iniziatici cui sembrano atteggiarsi le figure di Modotto, secondo un'iconografia
comune a tanti artisti degli anni Trenta, in realtà sono privi di colloquio
psicologico e si perdono in un'aura enigmatica e indeterminata che deve essere
percepita e interpretata dall'osservatore esterno in un clima di mistica
fantasia, così come alla fantasia religiosa del fedele si rivolgevano le
statuine policrome ordinate frontalmente nelle ancone tolmezzine. Nel 1931
l'artista invia alcuni disegni a Mosca. L'anno successivo è invitato alla mostra
di Costantinopoli, mentre nel 1933 espone al Western Art Museum di San
Francisco. Nel 1934, di ritorno da Parigi, tiene a Udine un'antologica con
quaranta opere. Della mostra scrive con entusiasmo Arturo Manzano, che divide la
produzione di Modotto in due periodi: dal 1923 al 1929 e dal 1930 al 1934. Nello
stesso anno una ventina di quadri sono presenti alla Galleria Sabatello di Roma
nella mostra della "Scuola friulana d'avanguardia", insieme a opere di Grassi,
Grinover, Giuppi, Pittino, Dall'Anese, Mirko. Commenti positivi vengono da C. E.
Oppo, da Severini e dal pittore Franco Gentilini che loda quest'arte "complessa
e originale", ondeggiante fra "la pittura letteraria e la pittura pura", indice
di una sensibilità veramente ammirevole in cui "la visione ideale urta contro
elementi realistici, fondendo questo mondo di sogno e di realtà in un
equilibrio".
Nel 1935 Modotto partecipa alla II Quadriennale e si stabilisce
a Roma. La sua tavolozza si ammorbidisce, memore della giorgioniana "Tempesta" e
del tonalismo veneto, la cui freschezza viene innestata sul cromatismo
incandescente della Scuola romana. Ma nella solitudine in cui si è rinchiuso,
attenua l'iperbole fantastica di Scipione, rivivendo ancora il suo medioevo in
un sogno traslato, ammorbidito e ovattato in raffinate, ma tutto sommato esili
anche se di salda impaginazione, cadenze melodiche neoclassiche. Il suo
isolamento aumenta, nonostante la partecipazione, oltre che alla Mostra
sindacale di Udine del 1938, alle Quadriennali del 1939 e del 1943. Nel 1946 e
nel 1947 espone ancora a Roma e in questo stesso anno si trasferisce in
Argentina. Rientra in Italia nel 1951 e si apparta a Sutri e poi nella romana
Villa Strohl - Fern, inseguendo ancora con felicità coloristica proiettata con
vagheggiamenti lirici quei paesaggi favolosi che aveva ritrovato intatti nei
borghi della campagna laziale e nelle memorie delle città turrite del suo
Friuli. Diverse sono ancora le mostre, tra cui quella nel 1964 alla Galleria
Trentadue di Milano con una commossa presentazione di Aligi Sassu.
Nota bibliografica
A. Manzano, Arte Moderna in Friuli, "Avanti cul brun!…", Udine 1953; Modotto, a cura di A. Manzano e M. Venturoli, Ente Manifestazioni Udinesi, Sala Ajace, 20 maggio - 20 giugno 1972 (con bibl. precedente), Dino Mirko Afro Basaldella, catalogo della mostra a cura di E. Crispolti, Mazzotta, Milano 1987, p.267-270.